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Steve Lyon è da sempre considerato uno dei migliori sound engineer e produttori in circolazione. Un autentico purosangue, dall’incredibile esperienza e professionalità maturata sul campo. Iniziare sotto l’ala di Glyn Johns, nome storico legato ai The Who, Led Zeppelin e Rolling Stones, farà da apripista ad una carriera in ascesa nei migliori studi del mondo: “Air Studios”, “The Manor”, “The Townhouse Studios”. Questo gli permetterà di affiancare grandi artisti come Tears For Fears (Sowing The Seeds of Love), il leggendario produttore Sir George Martin e Sir Paul McCartney nella realizzazione dei suoi due album da solista Flowers in the Dirt and Flaming Pie. Come freelance invece lavorerà con artisti del calibro di Depeche Mode (Violator, Songs of Fatih and Devotion), The Cure (Wild Mood Swings), Laura Pausini (Primavera in anticipo), Subsonica (Amorematico), 99 Posse (Corto Circuito). Oggi, tra Roma e Londra, rimane punto di riferimento per chi cerca quel sound che tanto lo ha caratterizzato. 

C’è un po’ di tutto a portata di click, tranne il genio

Steve Lyon

Sei nato e cresciuto in Inghilterra, patria indiscutibile della musica moderna. Da tanti anni, però, lavori anche con artisti italiani. Quali sono le maggiori differenze che hai notato tra i due paesi e cosa ci sarebbe da migliorare in Italia?

Ho avuto la fortuna di conoscere grandissimi talenti ovunque sia stato, ma è innegabile che la differenza culturale tra i vari paesi esista ed incida fortemente sui rispettivi modi di vivere e di esprimersi. In Italia per esempio, abbiamo una melodia fortemente legata alla complessità del testo che la rende in qualche modo “sacrificata” e più difficile da esportare. L’inglese d’altro canto, con la sua estrema semplicità ed immediatezza permette di ottenere un risultato molto più completo. Per migliorare questo aspetto consiglierei agli artisti italiani di allontanarsi un po’ di tempo dal loro paese, respirando aria nuova e sfuggendo quanto più possibile al fenomeno dell’omologazione imposto dal mercato.

Internet ha cambiato parecchio le carte in tavola, dinamiche di mercato in primis. Questo ha influito sulla tua ispirazione o sui tuoi metodi di lavoro?

L’unica cosa che è cambiata, per me, è il modo di fare musica. Oggi riesci a produrre da casa, puoi studiare con facilità ed essere conosciuto in maniera più democratica. Nonostante ciò, la valutazione del lavoro artistico resta sempre un questione molto critica. Mi avvilisce che non si abbia più il giusto tempo di creare poiché costretti ad occuparsi simultaneamente di troppe cose. Per un musicista privarsi della musica anche solo un giorno equivale ad una tortura. Figuriamoci per mesi o per anni. L’unico rimedio è proporre soluzioni. Se vivere di musica era già complicato, ora è praticamente impossibile.

Se oggi facessi parte di una band quindi, come ti muoveresti per arrivare al grande pubblico?

Fin da piccolo ho sognato vivere di musica e nonostante ciò, non mi considero un personaggio famoso. Ho sempre pensato che puntare alla massa sia un obiettivo sbagliato in partenza. Secondo me, un musicista dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di scrivere quello che gli piace per mostrare la sua vera natura. Far venir fuori la propria passione, la propria sincerità e non il desiderio di arrivare a tutti i costi. Essere notato dal grande pubblico dovrebbe essere una naturale conseguenza del lavoro svolto, non il contrario. L’originalità è quindi fondamentale? Si, perché ti rende unico.

Qual è la differenza tra produrre un artista famoso ed uno che cerca di emergere?

Sicuramente cambia il modo di approcciare ma in sostanza, il lavoro è identico. Ai musicisti famosi, per esempio, puoi insegnare meno rispetto ad un artista giovane, ma si sa che nessuno finisce mai di imparare. Amo produrre e non penso che si debba decidere tutto da soli, soprattutto se si vuole crescere insieme. L’anima dell’artista non va mai persa, anzi, va rispettata e valorizzata attraverso una sana forma di collaborazione. Ho un aneddoto a riguardo. Sono un tipo molto istintivo e durante un importante live, consigliai a Laura Pausini di prendere in mano il microfono senza l’asta per abbandonarsi completamente alle emozioni. Lei, che era nel mezzo dell’esibizione, esitò un attimo a seguirmi, ma fortunosamente lo fece e nel momento giusto. La sintonia in quel caso aveva funzionato perché alla base del rapporto c’era un ingrediente fondamentale: la fiducia. 

Registrando i The Cure, St. Catherine’s Court, 1994

A parte la fiducia, quali sono gli altri elementi che reputi fondamentali nel rapporto con l’artista? 

Partiamo dal fatto che il rispetto reciproco è alla base di qualsiasi rapporto che funzioni. Elasticità mentale e audacia sono sicuramente degli elementi che ti permettono di raggiungere mete inimmaginabili e che ritengo fondamentali per scegliere con chi lavorare. Oltre a questo, è necessario dialogare fino a sentire di aver raggiunto un’intesa che possa creare il giusto equilibrio tra i linguaggi ed esperienze diverse. Gli artisti molto spesso si attaccano all’idea che hanno di sé e dei loro brani, impedendone l’evoluzione. Secondo me invece, il bello sta proprio in quella piccola modifica che può stravolgere tutto.

Parliamo invece di aspiranti Steve Lyon o di chi, comunque, vuole intraprendere una carriera da sound engineer. Credi più in un percorso da autodidatta o da studente in un college? Quanto conta l’esperienza pratica?

Resto sempre del parere che le conoscenze maggiori si acquisiscano sul campo, lavorando a stretto contatto con chi ne sa di più. Ai miei tempi per esempio, realtà di college come quelle odierne non esistevano. Sicuramente mi sarebbe piaciuto avere la possibilità di scegliere. Quello che ho notato è che attualmente le scuole non dedicano sufficiente tempo a far capire quale sia la reale importanza della pratica rispetto alla teoria. Nessuno ti insegna come comportarsi con un artista per fargli capire le dinamiche da studio o come farlo sentire a suo agio davanti ad un microfono. Oggi grazie alla rete, le modalità e gli strumenti per studiare le tecniche del suono si sono moltiplicate: tutorial, video, schede, idee, suggerimenti, chi più ne ha più ne metta. Ormai c’è un po’ di tutto a portata di click, tranne il genio.

A tal proposito, quando sei con un artista in studio cosa ti porta a scegliere un determinato sound?

Istinto, gusto ed una sana dose di coraggio. “Mai avere paura di suggerire idee” è una regola che dovrebbe essere sempre tenuta a mente. Solo provando e sperimentando liberamente ti permette di viaggiare nella giusta direzione. Di recente infatti, ho lavorato con una band che aveva una strumentazione molto complessa. Non ci rendemmo conto che alla fine, la soluzione migliore fosse quella opposta: alleggerire e semplificare molto la struttura del brano. La pratica, per fortuna, insegna che non è sempre la soluzione più difficile a rivelarsi la migliore.

Steve Lyon negli ORS-Studios, castel bolognese, 2012
Steve Lyon negli ORS-Studios, 2012
Steve Lyon con la band inglese The Cure, UK, 1994
Steve Lyon con i The Cure, UK, 1994

Le sensazioni contano: cosa ti trasmette lavorare su un live e cosa, invece, lavorare in studio?

Il live è magico per le emozioni che vivi sul piano umano. Quel senso di avventura e di fiducia che si crea durante l’esperienza è qualcosa di unico. Dal punto di vista puramente tecnico invece, lo trovo meno stimolante. Senti di riprodurre qualcosa già ascoltato e che per via delle condizioni in cui ti trovi, non può essere migliorato più di tanto. In studio è il contrario: la sfida è proprio creare qualcosa di mai sentito prima, né da te, né dagli altri e devo ammettere che è davvero divertente.

Hai spaziato molto nel mondo della musica. A quale genere ti senti più legato e quali sono stati i tuoi riferimenti musicali?

A dir la verità, non posso dire di avere un genere preferito. Sono cresciuto con Joni Mitchell e brani come Ob-la-di, Ob-la-da. Trovavo geniale la maniera di scrivere e concepire quel tipo di canzoni. Quello che posso affermare però, è che dai miei gusti escluderei la lirica. Non tanto per la qualità che non metto in dubbio, quanto per non sentirla parte del mio linguaggio. Per il resto non faccio differenze, tranne una, la volgarità inutile. Non la tollero, ne lo farò mai.

Hai lavorato con Robert Smith, frontman dei The Cure. Com’è andata con lui?

L’ho conosciuto molto bene e posso assicurarti che è l’esempio di un grande artista, di un grande amico e di un grande uomo. Negli anni ci siamo divertiti parecchio e sono felice di sapere che stia girando ancora molto per suonare.

Concludiamo con una curiosità: tra i tanti artisti con cui hai lavorato, ci sono anche i 99 Posse, gruppo che ha saputo affermarsi nonostante gli alti e bassi. Cosa ti ha lasciato l’esperienza con loro?

Tutte le volte che mi sento o vedo con i ragazzi, è come se il tempo non fosse mai passato. Con loro si è instaurata una grandissima amicizia. Adoro quel modo di cantare nonostante trovi ancora abbastanza difficile comprendere a pieno i testi. Ho sempre apprezzato la loro grinta, la loro passione e la voglia di far politica attraverso la musica. Sono orgoglioso di aver lavorato con loro e non vedo l’ora di rifarlo.

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