READ IN ENGLISH

Pablo Pinilla è uno dei produttori e compositori che negli ultimi 40 anni ha influito maggiormente sull’industria musicale spagnola e sudamericana. Si definisce un “cacciatore di talenti” che ha sempre lottato contro tutto e tutti pur di raggiungere i suoi obiettivi. Una carriera iniziata a 16 anni come batterista session man e proseguita da fondatore dei Diseño. Ci troviamo in piena scena Eighties, le copie vendute sono milioni ed i sintetizzatori la principale forma d’arte per un’intera generazione. Pastora Soler, Flans, David DeMaria, Malu, Modestia Aparte, El Platon, David Bustamante sono solo alcuni degli artisti con cui ha raggiunto le vette di vendite ed incassi così come importanti riconoscimenti. Tra i più importanti, il premio ASCAP per la “migliore canzone in Sudamerica” ed assumere la direzione musicale per CocaCola Mexico. Nel 2018 vicepresidente SGAE (Sociedad General de Autores y Editores), attualmente membro del CdA. Insieme a lui discutiamo del panorama musicale post-covid e sulle differenze tra Italia e Spagna.

Se sono convinto della mia idea posso litigare anche con Dio

Pablo Pinilla

Di questi tempi la rete, con i vari YouTube, Spotify, Facebook e le altre piattaforme che diffondono musica, gioca un ruolo fondamentale sul mercato. Da produttore come giudichi il problema dei diritti d’autore e la questione di Bruxelles?

Riguardo ai diritti d’autore, il problema è assai complesso. Le multinazionali, forti del loro monopolio, si sono mosse in anticipo chiudendo con le diverse piattaforme contratti molto vantaggiosi. Le società di gestione dei diritti d’autore, arrivando ormai a giochi fatti, si sono ritrovate a spartirsi solo le briciole a discapito degli artisti minori. Il risultato è stato che i pesci più grandi sono diventati sempre più grossi e quelli piccoli sempre più deboli. Nonostante il tentativo di Bruxelles, risolvere questa situazione è praticamente impossibile perché gli accordi tra le varie Sony, Universal, YouTube, restano avvolti nel mistero. Il giro d’interessi è enorme e si sa. Puoi trovare, infatti, rappresentanti delle multinazionali nelle stesse società di diritto d’autore. Come puoi vincere una guerra, se il nemico lo hai in casa? Mi dispiace per gli artisti minori, che avrebbero bisogno di numeri da pop star per vivere degli introiti di queste piattaforme. La loro unica alternativa è ribellarsi a questo sistema e sono convinto che prima o poi succederà.

Fai parte del CdA della SGAE. Puoi raccontarci quanto sia complesso prendere decisioni sul futuro della musica e delle emittenti televisive in Spagna?

Adesso la situazione è complicatissima, sembra una guerra. La SGAE non si occupa solo di musica ma gestisce anche altre arti, visive e cinematografiche su tutte. Arrivare ad un consenso generale è praticamente impossibile per via dei troppi rappresentanti ed interessi associati a ciascun collegio. Basta che uno non sia d’accordo per rallentare l’intero processo. In questo momento la SGAE sembra la serie di Game of Thrones, ci manca solo di andare con le spade alle riunioni. E’ una situazione assurda, provo quasi vergogna. Spero solo che le elezioni di ottobre serviranno a migliorare le cose.

C’è sempre stata un’asse musicale tra Italia e Spagna. Anche la tua esperienza si è basata su questo?

Si, ho lavorato molto con l’Italia perché la qualità dei vostri musicisti e professionisti è veramente alta. Provo una certa invidia rispetto al nostro paese. Se un musicista in Spagna è stanco e se ne va dopo cinque ore, in Messico dopo due. In Italia invece, gli basta un pausa per mangiare qualcosa e si rimette al lavoro. Da noi servono 2 mesi per registrare un album, da voi 20 giorni. Una bella differenza, soprattutto in termini di costi. Scoprire la vostra serietà mi ha aiutato ad affrontare i periodi di lavoro più intensi come l’anno folle in cui ho prodotto dieci dischi. O come quando chiamai dei musicisti del giro di Bryan Adams per ottenere quel tipico sound americano, rendendomi conto poi che rifarlo da zero con gli italiani usciva meglio. Sembra che la musica da voi venga considerata un’arte nobile mentre da noi “musicista” è sinonimo di sfaticato, quasi delinquente. Con questo non dico che in Spagna non esistano grandi professionisti, ma creare un team con il giusto affiatamento sia molto più difficile.

Pablo Pinilla e la cantante spagnola Malu dopo un live a Madrid nel 2004
Pablo Pinilla e Malu dopo un live a Madrid, 2004

Hai qualche storia a riguardo?

Vediamo. Nel 2005 andava in onda la quinta edizione di “Operación Triunfo”, programma simile al vostro Amici di Maria De Filippi. All’una di notte mi chiamò il direttore artistico della Sony: “Pablo sei il produttore del vincitore di OT, ma hai quindici giorni per fare un album da 100 mila copie. Se non riesci, chiamo un altro”. Rimasi un attimo perplesso perchè l’artista, Sergio Rivero, non era un compositore, né aveva un repertorio. Il giorno seguente contattai i miei collaboratori in Italia ed in Spagna per spiegare la situazione. Lavorammo 24h su 24 per 15 giorni, senza mai uscire dallo studio. Il risultato parlò chiaro: 220 mila copie vendute ed obbiettivo raggiunto. La storia non finisce qui, purtroppo. Nei mesi successivi, in cui l’artista fu ospite a casa mia per preparare il nuovo disco, arrivò la telefonata della discografica per informarmi che il produttore sarebbe stato un altro. Immaginate la mia reazione. Però che vuoi farci, nell’industria della musica non c’è posto per la gratitudine. Una storia finita male, come il numero di copie vendute di quel disco: solo 24 mila!

Qual è la strategia migliore per arrivare sia al pubblico italiano che a quello spagnolo?

Fare una grande canzone che non conosca frontiere. Oggi si seguono molte mode o correnti musicali, vedi il reggaeton, ma a prescindere dal genere non penso sia la strada giusta. La musica ha successo quando avviene uno scambio tra creatività differenti. Alla fine degli anni novanta, mi presi una pausa dai miei progetti e mi trasferii in Messico per assumere la direzione musicale di Coca Cola. Un’esperienza internazionale diversa dalle precedenti che mi permise di entrare meglio nelle dinamiche amministrative di un’impresa di quel calibro. Fu proprio in quel periodo che scoprii “La mia storia tra le dita” di Gianluca Grignani, capendo quanto il successo di quel brano andasse al di là della sua provenienza. Stesso discorso vale per Nek (Filippo Neviani), che con alcune cover dance dei Police raggiunse i primi posti nelle classifiche inglesi. E come dimenticare “La solitudine” di Laura Pausini? Un successo annunciato appena la vidi salire sul palco.

Immaginando quanto sia difficile scegliere, c’è un artista in particolare a cui ti senti più legato?

E’ difficile scegliere, soprattutto quando lavori da quarant’anni nella musica. Conosci e collabori con molte persone. Tutte le volte sei convinto di aver vissuto la più grande esperienza della tua vita, ma subito dopo ne arriva un’altra che si rivela ancora meglio. Dipende tutto dal contesto. Con i Modestia Aparte ad esempio, pop band spagnola, ho iniziato a lavorare nell’88. Il rapporto con loro era molto schietto e sincero. Ero alle prime armi e non c’erano grandi pretese di risultati. Registrammo sei dischi, vendendo 6 milioni di copie. Nel ’97 ci fu David DeMaria, con cui realizzammo 8 dischi e 2 milioni di copie vendute. Da allora ne sono arrivati tanti altri. 

Pablo Pinilla celebrando il disco d'oro con i Modestia Aparte nel 1991( Madrid)
Pablo con i Modestia Aparte, Disco d'oro, 1991
Pablo Pinilla e la band pop spagnola Platon celebrando il disco di platino nel 1992 (Madrid)
Pablo con i Platon, Disco di platino, 1992, Madrid

Dalla tua biografia si evince che quasi sempre prima di un tuo successo c’è stata una crisi, un momento in cui ti sei dovuto mettere in discussione. Com’è andata?

Il segreto è reinventarsi. Tutte le volte che ho pensato di aver concluso un ciclo, la vita mi ha sorpreso. Dopo l’esperienza in Coca Cola, ad esempio, avevo deciso di lasciare definitivamente il Messico. Tra l’88 ed il 93 tutti dischi in Spagna portavano la mia firma. Mi sentivo onnipotente al punto di credere che l’industria discografica non mi servisse. Pensavo che il valore non risiedesse nei marchi, ma nelle persone che li rappresentavano. Creai così la mia prima etichetta, Elsa Music, sottovalutando la reale importanza dei budget e della reputazione delle major. Se entri in guerra senza proiettili, finisci presto al tappeto, soprattutto se il nemico è una super potenza. Non fu un momento facile. Per cercare di uscirne, feci ricorso a tutte le mie conoscenze, chiedendo favori un po’ ovunque. Misi insieme 60 pezzi e con i miei ultimi soldi comprai un biglietto per tornare in Messico. Non fu una mossa totalmente azzardata come poteva sembrare: lì ero conosciuto per aver scritto brani da milioni di copie. Prova a chiedere a qualsiasi messicano se conosce la canzone “Las mil y una noches”. Sono sicuro che te la canterà. Dal primo viaggio tornai a mani vuote, tuttavia dopo vari tentativi e grazie al supporto di chi mi voleva bene, rientrai in Spagna con un grande successo. Questa storia fa capire che nella vita si può rischiare, ma non alla cieca. Sono una persona molto testarda che insiste senza arrendermi. Se sono convinto delle mie idee posso litigare anche con Dio.

C’è un artista con cui non hai lavorato ma col quale avresti molto voluto?

Domanda difficile. In Spagna ho lavorato e collaborato praticamente con chiunque. All’estero, direi due su tutti: Pino Daniele e The Beatles.

Per finire, qual è l’elemento che ritieni fondamentale nel tuo lavoro?

Sicuramente il lato umano. Produrre un disco non è l’unica cosa che conta. E’ importante anche conoscere chi lavora con te, da dove viene e perché è nella musica. Da lontano siamo tutti molto simili, ma sono i dettagli a renderci unici. Il nostro mestiere non è come stare in ufficio. Ci ritroviamo a stretto contatto con persone che probabilmente non rivedremo per molto tempo o forse per sempre. Nel periodo in cui vivi e lavori insieme condividi moltissimi aspetti della tua quotidianità, creando un rapporto molto più intimo ed umano. Secondo me la figura del produttore è simile a quella del capitano di una nave: deve prendere la decisione migliore rispettando il ruolo di ognuno.  

Condividi l'intervista