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Matteo Gabbianelli, frontman dei Kutso, ha le idee chiare – soprattutto in studio – e parla senza mezzi termini. Eclettico a dir poco (cantante, compositore, produttore e fonico), nella sua carriera ha bruciato le tappe alla costante ricerca di un equilibrio tra sound, originalità e sperimentazione. Ad oggi può affermare di aver vissuto esperienze importanti – dal Festival di Sanremo ai vari tour con Fabrizio Moro, Nobraino, Motel Connection, A Toys Orchestra, Marta sui Tubi e Linea 77 – che gli hanno permesso di costruirsi un punto di vista sulla musica decisamente strutturato. Conosciamolo meglio.

TESTO A CURA DI S.BERTOLINO
Sono un iconoclasta anarchico che non subisce il fascino dell'Autorità

Matteo Gabbianelli

Sei una figura poliedrica. Immagino che tu stesso abbia difficoltà a definirti…

Nel mio percorso sono stato costretto a rivestire un’infinità di ruoli, compreso quello del manager. Di rado ho trovato team o persone capaci di gestire dinamiche complesse curando anche i miei interessi. È stata dura ma mi ha portato vantaggi: adesso, difatti, sono a mio agio in qualunque situazione. La priorità resta comunque il progetto su cui si lavora, che richiede l’apporto di collaboratori dotati di spirito di abnegazione, intelligenza e voglia di crescere insieme. Non conta tanto chi sia l’artista, il produttore, il fonico o il manager: ciascuno deve contribuire affinché il risultato sia soddisfacente per tutti.

Sempre più emergenti tentano d’imboccare la strada dei talent televisivi. Credi che le major non facciano abbastanza per loro?

Penso alle major come a “serbatoi di soldi” e nient’altro. Forse l’RCA degli inizi poteva rappresentare qualcosa di diverso: un cenacolo in cui gli artisti erano liberi d’incontrarsi e cooperare. Ma si tratta di un caso storicamente isolato. È da parecchio tempo che i colossi discografici hanno delegato il compito di scoprire e allevare gli autori a quelle etichette indipendenti che hanno voglia e mezzi.

Ultimamente sei stato al MEI. Che aria tira nel mondo della musica indipendente?

Gli ultimi cinque anni, secondo me, sono stati i migliori per la scena indipendente. Almeno da quando ho iniziato io… Ci sono artisti che riempiono palasport e stadi senza grossi passaggi radio o tv. Devo dire che c’è grande fermento in giro. Malgrado cambino i linguaggi e gli strumenti di produzione, la creatività è più viva che mai. Certo, attualmente la pandemia ha congelato il mercato e causato danni enormi, ma è un problema che riguarda soprattutto le grandi concentrazioni di potere. La gente comune (tra cui si potrebbero celare i prossimi Bruno Mars e De André) non ha smesso di sfornare contenuti, né lo farà.

Come si può vivere di musica oggigiorno?

Occupandosi di mille cose simultaneamente e tappandosi spesso il naso. Bisogna cogliere ogni singola occasione nella speranza di avere la lucidità – e la fortuna – di capire quando si è di fronte a qualcosa o a qualcuno di speciale. Non è affatto facile.

Matteo Gabbianelli, Perpetuotour, 2014
Matteo Gabbianelli, Perpetuo Tour, 2014

Quanto incide il contesto attuale sulle scelte presenti e future dell’artista? Te la senti di dare consigli in merito?

Non si può non essere influenzati dalla realtà che ci circonda. L’importante è credere nel proprio racconto e portare avanti un’idea (magari anche “sbagliata”) allo scopo di fare arte al di là delle mode. Le cose sono di chi se le prende. Perché un artista si trovi nel posto giusto al momento giusto, serve determinazione e uno spirito ipercritico ma propositivo.

Cinque anni fa hai partecipato al Festival di Sanremo e toccato con mano quello che da molti è considerato un tempio della musica italiana. Ma è davvero cosi?

Io sono un iconoclasta anarchico che non subisce il fascino dell’autorità. Men che meno mi rifaccio a miti adolescenziali. Sicuramente ho vissuto il Festival come una grande opportunità di promuovere il mio progetto musicale, dato che Sanremo resta pur sempre un punto di riferimento per l’intera discografia italiana. C’è poco da fare: i piani di lavoro annuali delle major ruotano intorno ad esso. Possiamo perciò definirlo il “capodanno musicale italiano”. Da settant’anni tutto inizia e finisce lì. Per fortuna, tornando al discorso della scena indipendente, la musica viaggia sotterraneamente attraverso altri canali (social, passaparola ecc.).

Illustraci il processo creativo dei KuTso.

Compongo tutti i brani da solo, alla chitarra (che tra l’altro non so suonare). Così, cantandoci sopra, saltano fuori le melodie. Poi, in un secondo momento, passo alla scrittura dei testi. Una volta realizzato il nucleo fondamentale della canzone, arrangio in sala con la band, ma avendo ben chiare le idee in testa.

Matteo Gabbianelli ed i Kutso
KuTso band
Matteo Gabbianelli ed Alex Britti, Concertone 1 Maggiio, 2015
KuTso ed Alex Britti, Concerto Primo Maggio, 2015

Quanta attenzione dedichi alla ricerca del sound e come ti accorgi quando è ora di cambiare direzione?

In passato ho lavorato tanto su scrittura e arrangiamento; ora invece sperimento specialmente in campo elettronico. Rimane tuttavia essenziale – alla base del processo di produzione – la “solidità” del brano: deve funzionare anche cantato a un falò da un fan stonato che strimpella una chitarra scordata. Sia con i KuTso che con gli artisti che produco, la prima cosa che analizzo è la canzone, musicalmente e testualmente. Il sound rappresenta uno step successivo. Se vesto i panni del produttore, mi rapporto molto con l’artista perché il risultato finale rispecchi appieno la sua personalità.

Su cosa lavori al momento?

Con i KuTso stiamo ultimando la produzione di un nuovo album. Dieci tracce erano già pronte prima di interromperci a causa del Covid, ma abbiamo ripreso. Inoltre seguo vari artisti: da Yvan (già sotto etichetta con la INRI di Levante, Dardust, Linea 77) a Clairedemilune (una giovane pianista e cantautrice strappata alla musica classica) ed Aenea (nuova promessa del pop italiano, che credo farà molto rumore in futuro).

Puoi lasciarci con un aneddoto?

Certamente, ve ne propongo uno “doppio”. La seconda volta che con i KuTso mi sono esibito al Concertone del Primo Maggio, ho diviso il palco con due chitarristi mascherati da ZZ Top, uno dei quali – all’insaputa del pubblico – era Alex Britti. Quello stesso giorno ho provato anche l’inebriante sensazione di ascoltare oltre 100.000 persone che cantavano a squarciagola il ritornello del nostro brano Io rosico. Mi sono sentito il “Freddie Mercury de’ noantri”. Su YouTube trovate le prove.

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