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Romano classe ’55, bassista, chitarrista, session man, autore, compositore, produttore discografico e docente, Massimo Calabrese ne ha di cose da raccontare. Del resto il suo percorso musicale è lungo più di cinquant’anni: dal Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma a Sanremo, passando per lo Zecchino d’Oro (quello del Mago Zurlì), Discoring di Gianni Boncompagni, il Festivalbar e un’infinità di artisti italiani e internazionali, tra cui: Riccardo Cocciante, Luca Barbarossa, Mike Francis, Jeanne Mas, Tosca, Billy Preston, Steve Grossman, Chet Baker, Fred Bongusto, Marco Mengoni, Paolo Fresu, Steve Swallow ecc. Ma il suo cuore batte anzitutto per Giorgia e il compianto Alex Baroni.

TESTO A CURA DI S.BERTOLINO
Alla lunga il pubblico non lo freghi.

Massimo Calabrese

Quando hai capito che la musica era la tua vera vocazione?

È una passione che si è manifestata prestissimo. All’età di otto anni vinsi le eliminatorie di Roma per lo Zecchino d’Oro (allora ogni regione selezionava un bambino e una bambina che si sarebbero poi esibiti a Bologna, accompagnati da un’orchestra). Purtroppo presi un malanno a scuola e non riuscii a partecipare. Peccato, l’audience della trasmissione era gigantesca. Intorno ai dieci, dodici anni – assieme al batterista Alberto Bartoli e al cantante Fernando Ciucci, con cui in seguito avremmo dato vita a La Bottega dell’Arte – formai la mia prima band: I Pronipoti. Un ruolo chiave, infine, l’ha svolto mio fratello Piero Calabrese, che, ahimè, da qualche tempo ci ha lasciati. Lui sognava di suonare la batteria come Ringo Starr, ma gli toccò imparare la chitarra (che, grazie a mio padre, avevamo in casa), mentre io mi dedicai allo studio del basso elettrico.

A quale tipologia di produttore senti di appartenere?

Ci sono, a mio avviso, due categorie di produttori: quelli che corrono dietro al disco mai realizzato in carriera e quelli che mirano a valorizzare gli artisti, cercando di comprenderne le intenzioni espressive. Io appartengo alla seconda categoria. Anche quando scrivo canzoni, lo faccio sempre in riferimento all’artista che mi trovo a produrre. Se oggi ho un po’ d’intuito ed esperienza, devo ringraziare mio fratello.

Cosa manca ai musicisti d’oggi?

Mancano la pazienza e la disponibilità al sacrificio: nessuno vuol fare la gavetta, e in tal senso i talent hanno dato una grossa mano. Sorrido al pensiero di un ragazzo che, dopo qualche puntata in tv, si sente già pronto ad affrontare questo mestiere. Ricordo che dietro al primo provino di Giorgia ci un fu un lavoro lungo quattro anni. Oggi contano soprattutto le visualizzazioni, i numeri, non il valore o i contenuti.

Oggi si soccombe spesso alla pressione dell’industria discografica che ostacola la produzione di musica significativa. Sei d’accordo?

Il termine “pressione” ha, per me, un’accezione positiva. Il percorso di una casa discografica è sempre preciso e ben cadenzato; si deve cercare di tenere il passo, di rispettare i tempi. Certo bisogna ammettere che anche l’industria si è come “svuotata”: si aspetta che qualcuno vinca un talent o che abbia centinaia di migliaia di follower sui social, altrimenti non s’investe. Questa ricerca del guadagno sicuro conferma la staticità delle major. Però a volte accade il contrario: artisti con migliaia di follower finiscono col vendere pochissimi biglietti e sono costretti a featuring… Il contesto è cambiato. Prima un singolo durava un’intera stagione, oggi – se va bene – trenta giorni, dopodiché ne va sfornato immediatamente un altro. È necessario ottimizzare il lavoro, avere chiare in testa le tappe da seguire, gestire i social in modo reale per consolidare il rapporto con i fan.

La Bottega dell'Arte, Festival di Sanremo, 1980
La Bottega dell'Arte, Festival di Sanremo, 1980

I pregiudizi musicali hanno fatto danni in Italia?

Ho una visione illuministica a riguardo. Mi piace pensare che alla lunga il pubblico non lo freghi. È così: non basta essere “spinti” o beneficiare di chi sta nel posto giusto al momento giusto. O si migliora nel tempo o ci si perde. In un momento di crisi come quello che sta attraversando la musica italiana, ciascuno tende a coltivare il proprio “orticello”. Non ci si apre più a ciò che gli altri artisti possono offrire. All’estero questa cosa non esiste. Ho lavorato per molto tempo in Francia (e non solo) e ho potuto constatare che succede solo da noi. Ricordo che quando iniziai a produrre Giorgia, Baroni (con Marco Rinalduzzi) e Mengoni (con mio fratello Piero) – e ritengo che, a distanza di anni, si possano definire tre grosse produzioni italiane – inviammo alcuni provini (brani come E poi, Un giorno qualunque ecc.) ma parecchie case discografiche risposero negativamente. Poi, per fortuna, andò in modo diverso.

Qualcuno ha detto che nella situazione attuale perfino un giovane Lucio Battisti avrebbe difficoltà ad emergere. Come e perché si è arrivati a ciò?

C’è stato un periodo in cui non solo Battisti avrebbe avuto difficoltà. Ora attraversiamo una fase dove l’unicità vocale sta tornando. Serve una timbrica di spessore, riconoscibile. Senza la “ciccia” (come la chiamiamo a Roma) è dura conquistare un vasto pubblico. Se Lucio avesse avuto lo strumento della rete, molto probabilmente avremmo assistito a qualcosa di eccezionale, come il suo timbro.

Giorgia, Alex Baroni… Come capisci quando una canzone diventerà un successo?

Se parli di brani come E Poi di Giorgia e Cambiare di Alex, ce ne siamo resi accorti subito, appena terminate le registrazioni. Era chiaro già alla fine del missaggio che sarebbero potute diventare delle hit. Bisogna però restare con i piedi per terra e mantenere il sangue freddo perché è accaduto – e il mio grande amico e socio Marco Rinalduzzi lo sa – che canzoni per noi anche più belle di quelle famose (e scritte meglio) non abbiano avuto lo stesso successo. Capita che in un team si creino delle alchimie particolari, ma non potevamo prevedere che sarebbero entrate nella storia della musica italiana.

Nel corso della tua carriera hai spaziato tantissimo: rock, jazz, pop, funk, soul ecc. Da dove proviene tutta questa versatilità?

Ho avuto la fortuna di vivere una delle epoche (gli anni ’70) più prolifiche di sempre. Si suonava continuamente e le cantine erano luoghi di creazione. Il progressive ha fatto da apripista, creando uno stile che ha preso piede tra giovani, universitari e lavoratori. Si trattava di una forma di protesta nei confronti della musica imposta da Sanremo. Ogni strumento era importante; ci si confrontava, si dava la caccia al suono, al dettaglio. E poi c’erano le riviste specializzate… Le band prendevano direzioni diverse. Si realizzavano le più varie contaminazioni, senza regole, istintivamente, ma non ingenuamente. Sto parlando d’intuizione “tecnica”. Non potrò mai dimenticare eventi come “Controcanzonissima” (1972-73), organizzato dal famoso settimanale Ciao 2001. Entravi alle tre del pomeriggio e uscivi alle tre di notte. Si esibivano gruppi pazzeschi: PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Delirium, Osanna, Rick Van der Linden & Ekseption, e tanti altri. Potevi trovare Jimi Hendrix e Colosseum al Brancaccio, Duke Ellington al Sistina, Sam & Dave e Joe Tex al Titan, i Genesis e Kenny Clarke Big Band al Piper… La migliore “ricerca sul campo” in cui potessi sperare. Sono cose che ti forgiano dentro, rendendoti versatile. E poi quella versatilità la riversi in questo mestiere.

Massimo Calabrese con Stanley Clarke
Massimo Calabrese con Stanley Clarke, 1979
Massimo Calabrese e Piero Calabrese
Massimo e Piero Calabrese, 2010

Lottare e non arrendersi… Cioè?

Cioè non va buttato tutto il patrimonio artistico ed esperienziale accumulato negli anni. Possono capitare i momenti in cui pensi, tirando le somme, di goderti la famiglia e i nipotini, passeggiando in riva al mare… Ma io sono dell’avviso che sia inutile crogiolarsi nei ricordi (io ero ecc.). In Italia devi sempre dimostrare qualcosa, altrimenti finisci nel dimenticatoio.

Senti di poter dare un aiuto concreto alle nuove generazioni?

Assolutamente sì. Qualche anno fa – e ora in collaborazione con Marco Lecci, Marco Rinalduzzi, Lorenzo Meinardi – ho fondato “Accademia Spettacolo Italia” allo scopo di preparare i giovani che intendono approcciarsi seriamente a questo mestiere. Rappresentiamo, in fondo, il passo successivo alle scuole di musica. Ai nostri allievi mostriamo le basi per affrontare i palchi, gli studi di registrazione, i produttori e, più in generale, il lavoro in team. Insegniamo loro l’importanza di essere seguiti da un gruppo di professionisti. In passato, per noi, tutto questo era un sogno. Ma lavoriamo anche su aspetti morali. Cerchiamo d’inculcare loro il messaggio della riconoscenza. È un difetto diffuso nel settore, che riguarda soprattutto i cantanti, almeno quelli che ce l’hanno fatta e si son visti subito accerchiati da yes-men in cerca di soldi. Essere riconoscenti significa ricordare da dove vieni, chi ti ha voluto bene e ti ha dato i consigli giusti per compiere il salto di qualità.

Per finire, ti va di lasciarci con un aneddoto particolare?

Di storie ne avrei tantissime e alcune non potrei neanche raccontarle (ride). Però ce n’è una in particolare che riguarda un artista rimasto nel mio cuore: Alex Baroni. Te la racconto. Mancavano pochi giorni a Natale e con Marco Rinalduzzi viaggiavamo da Roma a Bologna per un appuntamento al Roxy Bar di Red Ronnie, mentre Alex arrivava da Milano. Una volta entrati nella hall dell’hotel, Alex ci venne incontro con in mano due lettere, una per me e una per Marco. Disse di averle scritte di proprio pugno e che il contenuto era più o meno simile. Parole bellissime: ci ringraziava “perché mi avete trovato un posto nella musica italiana, il mio posto! E che nessuno potrà mai togliermi”. Non c’è nulla di più gratificante per un produttore.

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