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Chitarrista, compositore, arrangiatore, produttore e session man, Marco Rinalduzzi è, per molti, l’uomo giusto cui rivolgersi. Socio fondatore e docente dell’Accademia Spettacolo Italia, da tempo mette a disposizione dei giovani talenti un immenso bagaglio di esperienze acquisito in mezzo secolo di collaborazioni e produzioni. Ha lavorato con alcuni tra i nomi più celebri e influenti del panorama musicale italiano e internazionale, come Ennio Morricone, Armando Trovaioli, Nicola Piovani, Michele Torpedine, Beppe Vessicchio, Riccardo Cocciante, Patty Pravo, Mina, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Zucchero, Andrea Bocelli, Giorgia, Alex Baroni, Sting, Keith Emerson, Tony Esposito, Brian Auger e Mike Francis. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per un’intervista nella quale ci ha raccontato un po’ della sua vita, di una Roma che non c’è più, dei suoi esordi e del futuro che si aspetta.

TESTO A CURA DI S.BERTOLINO
Oggi la musica non paga.

Marco Rinalduzzi

Com’è iniziato il tuo percorso musicale?

Ho sempre respirato musica, sin da bambino. Ricordo mia madre che suonava, ma soprattutto la forte impressione che ebbi, all’età di nove anni, nell’ascoltare per la prima volta la chitarra di un vicino di casa. Fu un colpo di fulmine; m’innamorai di quello strumento. Così i miei genitori me ne regalarono una e iniziai a prendere lezioni private da un bravo maestro. Contemporaneamente studiavo il pianoforte, che tuttora preferisco utilizzare in fase di composizione. Erano anche gli anni in cui il rock’n’roll spopolava e potevi ascoltarlo ovunque. Ricordo i Led Zeppelin, Jimi Hendrix e il grande Elvis. Nonostante il mio approccio classico alla chitarra, sentivo di avere un animo rock.

C’è qualcosa che ricerchi in un artista e che ancora non hai trovato? Continuerai a produrre?

Questo, per me, è un tasto delicato. Mi trovo in polemica con l’attuale universo musicale. Una polemica a 360 gradi, che riguarda autori, interpreti, discografici, impresari, critici, giornalisti e riviste di settore. Sono in qualche modo colpevoli tutti, nessuno escluso. Si continua ad alimentare il pensiero del “successo a qualunque prezzo” e non si tiene conto di quanto sia essenziale il sacrificio. La musica è diventata un rifugio per sfigati. Cosa cerco in un artista? L’onestà intellettuale, dote rarissima e perlopiù assente. I giovani che si sono rivolti a me, o che mi hanno semplicemente contattato, ponevano ogni volta la stessa domanda: “Come avere successo?”. E la mia risposta è stata ogni volta questa: “Non lo so”. In quanto produttore, invece, posso affermare con molta umiltà che non corro mai dietro il tormentone estivo o il colpo di fortuna, perché si tratta di qualcosa di effimero, che dura un anno o pochi mesi. Ho un’impostazione severa quando lavoro con un artista: serve dedizione, serietà, fatica, altrimenti mancano le basi per costruirsi un’identità musicale e una carriera solida. Dico, con rammarico, che spesso non ne vale la pena: le regole del gioco sono cambiate, e quindi anche i costi e i benefici. Sostenere un progetto comporta costi oggettivi e, per farla breve, bisogna pure campà. Mi riferisco in special modo al web: il cd è praticamente scomparso e in rete trovi miliardi di mp3 da cui non si ricavano i guadagni necessari a coprire le spese iniziali. È un’evidenza che mi ha fatto preferire la strada del direttore artistico e dell’arrangiatore per nomi importanti come Gianni Morandi, Claudio Baglioni, Il Volo e Andrea Bocelli. Ora mi sento abbastanza frenato all’idea di seguire e produrre un solo artista, ma la mia più grande passione resta quella di aiutare i giovani che desiderano affrontare questo mestiere con serietà e sacrificio, ragion per cui sono tra i soci fondatori, assieme a Massimo Calabrese e Marco Lecci, dell’Accademia Spettacolo Italia.

Il nostro paese ha finalmente vinto l’Eurovision Song Contest. Secondo te c’è aria di cambiamento?

A essere sincero non credo. Provo felicità per i Måneskin, che conosco e sono amici, ragazzi che lavorano sodo da anni, ottimi musicisti che propongono un rock vero e sanguigno. Però i loro risultati dimostrano quanto tutto sia causale. Cerco di spiegarmi meglio: la musica dei Måneskin non è davvero alternativa o rivoluzionaria come lo è stata quella delle band degli anni ’70. All’epoca andavi sul serio fuori di testa perché t’imbattevi in artisti del calibro di Jimi Hendrix o dei Led Zeppelin. Ritengo, più banalmente, che si siano create le condizioni favorevoli ad accrescere l’esigenza di sonorità rock e di ascoltare strumenti reali. Hanno fatto benissimo a trovarsi uno slogan e cavalcare il successo planetario (con le vittorie a Sanremo e all’Eurovision), ma di sicuro non si tratta di una svolta eclatante sul piano musicale in grado di determinare i prossimi anni.

Marco Rinalduzzi con Tullio De Piscopo, Gigi De Rienzo, Danilo Rea, Andrea Bocelli e Aidan Zammit
T. De Piscopo, A. Zammit, D. Rea, A. Bocelli

Si può vivere di musica in Italia? O invece si è rotto qualcosa?

Sono quarantacinque anni che vivo di musica. Da musicista professionista, produttore, arrangiatore, insegnante, riesco a passarmela bene. Tuttavia, pensiamo un attimo a quanto adesso sia difficile intraprendere questo percorso. Oggi la musica non paga. Quando avevo ventun anni, oltre a lavorare in studio, facevo dieci, dodici serate al mese nei vari locali della città, e parlo di posti che ancora propongono live, che “puzzano di musica”. Ma gli spazi si sono drasticamente ridotti (mi viene in mente solo il Big Mama) e con essi anche la possibilità di vivere di musica. Bastano 10 euro al mese (Spotify) o addirittura niente (YouTube) e puoi ascoltare, scaricare di tutto. A fronte di ciò, perché un produttore dovrebbe investire? Conosco parecchi musicisti, e di altissimo livello, che, non trovando di meglio, suonano in giro per 50 euro a serata.

Culturalmente, siamo considerati uno dei paesi più importanti al mondo. Tu, che hai lavorato al fianco di artisti illustri come Ennio Morricone e Andrea Bocelli, credi che da noi si faccia abbastanza per tutelare il made in Italy in campo musicale?

Mi ritengo un grande studioso del blues, del jazz, del rock, del funk e di altri generi, ed è proprio attraverso lo studio che ho seriamente rivalutato la musica italiana. Sono anch’io autore di brani che, da trent’anni a questa parte, si ascoltano in radio e in tv. Mi spiace se siamo di continuo invasi da prodotti stranieri. La radio ha evidentemente le sue colpe. A tal proposito amo utilizzare l’espressione “colonizzatori per conto terzi” (che già fa ridere) ma, tornando alla tua domanda, la risposta è no: in Italia non si fa assolutamente niente per supportare il mercato interno. Per tanto tempo ci hanno abituati ad ascoltare musica americana e inglese, e basterebbe un po’ di curiosità in più per scoprire la grande musica asiatica, africana e latinoamericana. E puoi star certo che ci sono artisti pazzeschi… Ho ricevuto parecchie porte in faccia quando proponevo ai grandi network i miei artisti (due su tutti: Giorgia e ad Alex Baroni). I veri successi erano stranieri; la canzone italiana veniva sempre dopo. Se invece ci riferiamo a paesi come la Francia, è diverso: storicamente nazionalisti, i francesi hanno adottato delle quote in percentuale per bilanciare musica francese ed estera. Lascio a voi le conclusioni.

Hai suonato con un’infinità di artisti, musicisti e direttori di orchestra, affrontando i generi più disparati. Qual è il tuo segreto? Che approccio bisogna avere per alternarsi così bene in contesti come orchestre, formazioni live e sessioni in studio?

Beh, io adoro suonare la chitarra (in power trio, quartetti jazz, orchestre, ecc.), esplorarne potenzialità e sfumature… A onor del vero, considero la mia versatilità sia un pregio che un difetto. È limitante, nel senso che non si ha abbastanza tempo per approfondire, ma è comunque una caratteristica gradita da parecchi artisti e direttori d’orchestra. Ricordo quando fui chiamato dal proprietario del Forum (un grosso studio di Roma): avevo venticinque anni e gli serviva un chitarrista per l’orchestra del Maestro Morricone. All’inizio ero terrorizzato e rifiutai. Poi ci ripensai e l’indomani mi presentai in studio per le registrazioni. Ringraziai il Maestro dell’opportunità che mi offriva e gli confessai che, a differenza dei miei colleghi, non ero velocissimo a leggere a prima vista. Con la massima tranquillità mi disse di non preoccuparmi, che gli avevano parlato molto bene di me e che, se non fossi riuscito a leggere tutto, avrei avuto libertà di esecuzione. Andò così: suonai davvero poco di quello che c’era in partitura; alla fine il Maestro venne da me e disse: “Sei stato bravo, anche se non hai eseguito alcune cose. A ogni modo utilizzerò la tua registrazione perché ci sono parti interessanti”. Da allora fui spesso chiamato per suonare nella sua orchestra.

Qual è il tuo miglior difetto?

Quello di essere naturale, spesso troppo esplicito e diretto. Mi affeziono in maniera profonda, viscerale, e se c’è un’incomprensione, o rimango deluso da qualcuno, lo manifesto schiettamente. Alcuni lo considerano un aspetto positivo, altri negativo. Insomma, sono un tipo un po’ incazzoso.

Marco Rinalduzzi in tour con Antonello Venditti
Campus Tour con Antonello Venditti, 2004
Marco Rinalduzzi nel backstage di Capitani Coraggiosi Tour, con Gianni Morandi e Claudio Baglioni
Capitani Coraggiosi Tour, G. Morandi, 2015

Per Charles Bukowski “scrivere del blocco dello scrittore è meglio che non scrivere per niente”.  Sei d’accordo? Come superare il blocco?

Scrivere comporta sempre tanto lavoro. Lo dico anche ai miei studenti quando affronto il tema del songwriting. Condivido il punto di vista di Bukowski, ma io credo nella naturalezza delle cose: bisogna farle fluire; solo così il blocco può essere superato. A volte dobbiamo prendere tempo e lasciare che le idee vengano spontaneamente… Però il lavoro è essenziale. Ecco, secondo me il blocco si vince con il lavoro. Invertiamo i concetti, smembriamoli, ricostruiamoli o, al limite, abbandoniamoli per cercarne di nuovi. Non aspettiamo che si materializzi nella nostra testa una Yesterday (benché i geni esistano, ma questo è un altro discorso).

Dopo averne viste parecchie, chi è oggi Marco Rinalduzzi?

Sicuramente un uomo con più di cinquant’anni di musica, esperienze, un passato alle spalle, due matrimoni, due divorzi… Ma sai, non ho rimpianti e non mi lamento di nulla. Certo avrei voluto vedere nelle nuove generazioni un po’ più di spiritualità e meno attaccamento ai beni materiali (perciò sono felice se i miei allievi, o le persone in generale, studiano, s’impegnano). L’ultimo trentennio è stato deludente, purtroppo.

Il periodo della quarantena ci ha messi a dura prova. Diversi artisti hanno tentato di contrastare le ansie e i turbamenti tramite l’attività creativa. Tu come hai vissuto quella fase?

All’inizio mi faceva paura. Credo che una clausura di tre mesi non piaccia a nessuno. Tuttavia, a distanza di un anno e mezzo, la guardo con benevolenza. Io l’ho vissuta serenamente, cercando di approfittarne per ordinare dei tasselli e occuparmi di alcuni gap personali. Per certi versi mi ha fatto bene. Se pensiamo al lato economico, invece, è stato un disastro. Il mondo della musica ha chiaramente sofferto e ancora ne vedremo delle belle… Durante il lockdown ho anche avuto modo di analizzare meglio il fenomeno dei social network (che uso pochissimo, e solo per fini promozionali). A posteriori, avrei potuto fare a meno di spendermi in discussioni futili con i cosiddetti “leoni da tastiera” (che sanno essere davvero aggressivi). La mia tolleranza si è abbassata. Di punto in bianco vedo utenti di Facebook e Instagram diventare amici di Gigi Proietti o di Raffaella Carrà… Per me Proietti era un vero amico; ho lavorato molto con lui, ma non mi sono mai permesso di ostentare alcunché. Queste modalità, sfortunatamente diffuse, m’infastidiscono.   

Conserviamo sempre, al termine delle nostre interviste, uno spazio dedicato a un aneddoto o a un ricordo importante. Cosa vuoi raccontare?         

Potrei parlare di un episodio avvenuto al primo Pavarotti & Friends. Ero in tour con Zucchero ma, in quell’occasione, accompagnai sul palco anche Sting e Brian May. Il giorno del concerto mi trovavo in camerino da solo. Stavo ultimando alcune cose quando, all’improvviso, sentii un giro di accordi e una voce bella e potente. Incuriosito, andai per capire chi fosse, aprii la tenda e vidi Sting seduto per terra che suonava con tre bambini biondi intorno. Un’immagine bellissima. Mi chiese cosa pensassi di quel giro e io gli dissi che funzionava alla grande. Beh, qualche anno dopo lo ritrovai inciso in un suo disco.

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