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Vero pioniere dell’audio e del recording, appassionato e intraprendente come pochi, Livio Argentini è tra i massimi esperti italiani di progettazione analogica. Le sue ricerche e i suoi studi – tra l’altro apparsi su varie riviste del settore – hanno reso possibile la creazione di console, equalizzatori e preamplificatori tanto eccellenti da resistere alle intemperie del tempo, utilizzati in studi importantissimi, tra cui quelli della RAI e dell’RCA. In oltre cinquant’anni di carriera ha collaborato con l’AKG e con professionisti del calibro di Russ Miller, Luis Conte, Matt Bissonette, Pete Doell, Maurizio Metalli, Brad Haehnel, Yamandu Costa, Antonio Coggio, Romano Musumarra e Luca Pretolesi.

TESTO A CURA DI S.BERTOLINO
Le macchine non fanno miracoli.

Livio Argentini

Risaliamo alle origini del tuo percorso. Cosa t’ha spinto verso il mondo dell’elettroacustica?

Ho cominciato un po’ per gioco, un po’ per necessità. Sai, il dopoguerra non è stato un periodo facile; i divertimenti bisognava inventarseli. Così, assieme a mio fratello, costruivo giocattoli che son diventati modelli in scala. All’elettronica mi sono avvicinato più tardi, lavorando in una bottega vicino scuola. Ne ho combinate parecchie, ma l’errore è sempre formativo. La passione per la musica, invece, è nata grazie a piccole registrazioni fatte per gli amici, e l’ho coltivata fino a dare vita a un’azienda seria, che tutt’oggi esiste.

Com’è stato far parte di una realtà come l’RCA? In che modo la racconteresti a chi non ha potuto conoscerla davvero?

Nei primi anni ’60 avevo già costruito tre console. Poi l’RCA me ne ha commissionate altre, permettendomi di lavorare a stretto contatto con i suoi tecnici e dare il mio contributo in materia di registrazioni. Si deve pensare all’RCA come a uno studio enorme, realizzato senza badare a spese, un’incredibile fucina di artisti (da Rino Gaetano a De Gregori, da Renato Zero a Venditti) che di lì a poco si sarebbero imposti all’attenzione del grande pubblico. Stiamo parlando dei tempi d’oro. L’RCA ha scritto pagine importanti di storia musicale italiana.

Sei ritenuto un pioniere dell’audio. Immagino sia bello godere di tanta stima…

La mia fortuna è stata l’intuizione precoce. Ho compreso in anticipo come costruire macchinari in grado di ottenere quel che – in gergo tecnico – si definisce “ampia banda passante”, ossia un range di frequenze di gran lunga maggiore rispetto al consueto. Affiancato da tecnici, ho effettuato un’infinità di test in studio, registrando quartetti d’archi, orchestre… Si è trattato di un lavoro di ricerca non indifferente. Quando ho analizzato i dati, mi sono reso conto che la banda acustica reale era ben più estesa di quanto si pensasse, che era possibile spingersi fino agli 80, 90 kHz, mentre allora si credeva che fossero utili solo le riproduzioni entro i 20 kHz. Ho quindi cominciato a realizzare nuovi modelli, diversi dagli altri, con risposta in frequenza fino ai 100 kHz (e oltre). È importante fare chiarezza su un punto: benché l’orecchio umano non riceva frequenze superiori ai 20 kHz, il nostro corpo percepisce – in maniera indiretta – anche frequenze notevolmente più elevate. Ecco perché è necessario catturarle e riprodurle.

LA-200 Analog Mixer
LA-200, Modular Analog Console

Si parla tanto di “lotta” tra analogico e digitale. Che puoi dirci?

Non è necessario essere addetti del settore. Chiunque sia dotato di buon orecchio e mastichi un po’ di musica, ti confermerà che non c’è proprio partita: l’analogico non ha rivali. Ho speso mezzo secolo a studiare l’argomento e so perfettamente che è tutt’altra storia registrare con macchine a nastro. Non voglio addentrarmi nel campo delle armoniche e della purezza sonora – sarebbe un discorso troppo lungo – ma stiamo prendendo in considerazione due modalità diversissime di ascoltare (e comprendere) la musica. Spesso il digitale rappresenta un escamotage, una soluzione più pratica ed economica di trattare l’audio, che permette di modificare e inviare tracce in tempo reale, dovunque e in qualunque formato. Peccato, però, che alla fine tutto si riduca all’mp3, con la conseguente, inevitabile e massiccia perdita di qualità audio (qualità che solo l’analogico può garantire). Credo che la battaglia tra analogico e digitale andrà avanti ancora per molto, nonostante pare che ci sia una certa volontà di “tornare alle origini”. Mi riferisco, ad esempio, alle nuove generazioni che riscoprono i vinili e sborsano denaro per assicurarsi dei validi impianti audio. 

Oggigiorno tutto è “confezionato”. Alle orecchie dei più attenti i suoni che circolano tra radio e televisioni si assomigliano troppo. Secondo te quest’omologazione dipende dal tipo di macchina o dall’uso che se ne fa?

Dall’uso che se ne fa, non c’è dubbio. Normalmente, quando sto in laboratorio, amo ascoltare musica classica, ma ricordo bene la volta in cui – diversi anni fa – accesi la radio ed ebbi la sensazione che fosse già in atto un processo di “omologazione sonora”. Non si fa che correre sull’onda dell’audience, delle masse paganti, della commerciabilità. Ne risulta un ascolto costantemente falsato, con conseguenze che tanti ignorano o fanno finta di non vedere. Quanti saranno i fonici, i produttori e i proprietari di studi che ogni anno investono in attrezzature per registrare in modo impeccabile e poi finiscono per ottenere semplici mp3? Le macchine non fanno miracoli. Dico sempre: “Registrate al meglio per poi rovinare tutto dopo” (ride).

I tuoi prodotti vengono definiti “custom”. In cosa si distinguono – anche sotto l’aspetto della componentistica – dai macchinari più “blasonati” disponibili sul mercato?

Ho lavorato parecchio sulla componentistica, anche a grandissimi livelli (come quando producevo per l’AKG). Personalmente vado a caccia dei migliori componenti sia per le console che per le macchine. Potrei autodefinirmi una “piccola industria”. Miro all’eccellenza e pongo la giusta attenzione ai dettagli. Tutto sommato, al momento sono pochi i prodotti in commercio concepiti per dare affidabilità e durare nel tempo. Ciò la dice lunga sul perché i macchinari vintage siano così richiesti. È vero: a volte vengono acquistati solo per poterli “esibire” o attirare clienti, però sta di fatto che le mie console, perfino le prime, sono ancora in uso e perfettamente funzionanti.

Duplicatori Cetec Gauss serie 2400, 1979
Duplicatori Cetec Gauss serie 2400, 1979
RCA, Control Room, 1977
RCA, Control Room, 1977

Soldi a parte, di che avrei bisogno se volessi aprire uno studio di registrazione?

È una valutazione che dipende dal target di riferimento e dal tipo di produzioni che hai in mente. Se desideri uno studio di registrazione fuori dai canoni, la soluzione più semplice ed economica consiste nel comprare dei buoni microfoni, un sommatore analogico e una console digitale (Pro Tools va inteso solo come strumento di registrazione). Con meno di diecimila euro, un po’ di intelligenza e il coraggio di adoperare macchine non convenzionali, è possibile mettere in piedi uno studio capace di suonare decisamente meglio di quelli importanti.

Cosa consiglieresti a chi sogna di diventare il nuovo Livio Argentini?

Di nascere sessant’anni fa (ride). Al di là degli scherzi, serve esperienza e gusto nel fare le cose. Il nostro è un settore dove con la sola istruzione si fa poca strada. Non c’è alcun problema ad affidare i calcoli agli ingegneri, ma le idee e l’intuito non si possono delegare. Questi, a mio avviso, sono gli ingredienti fondamentali, insieme alla consapevolezza dei propri difetti e limiti.

Qual è il tuo più grande rimpianto? La migliore lezione di vita di cui hai fatto tesoro?

Rispondo seccamente, senza indugi: rimpiango l’alluvione che ha distrutto il mio laboratorio quand’ancora sognavo di passare a una produzione di stampo industriale; la lezione di vita, invece, è assai semplice, però complessa da tradurre in pratica: “Ragiona con la tua testa e non perdere mai la fiducia in te stesso”.

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