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Musicista elettronico, produttore, arrangiatore, sound designer, dj e docente, Daniele Vantaggio vive da sempre la passione per il suono. Classe ’87, ha già collezionato una serie di importanti collaborazioni con artisti (Deadmau5, Pig&Dan, Goldfish, Sam Paganini, Moonbeam, Reinier Zonneveld, Underher, Electric Rescue,), etichette discografiche (EMI, Sony, Mau5trap, Wall Of Sound, Armada, Time, Yoshitoshi, Filth On Acid e Tronic) e brand di fama internazionale (Steinberg, Arturia, Novation, Specialwaves, Midiware, Qosmo Modular, Livio Argentini). La sua musica è supportata da Richie Hawtin, Danny Tenaglia, Hardwell, Groove Armada, Markus Schulz, Cosmic Gate e dal team Tomorrowland. Ha inoltre partecipato alla colonna sonora del docufilm sulla serie di Paolo Sorrentino “The Young Pope” in onda su SKY. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo.

TESTO A CURA DI S.BERTOLINO
Mi attrae qualunque cosa generi suoni.

Daniele Vantaggio

Com’è nata la tua passione per l’elettronica?

Tutto è cominciato grazie a mio padre, batterista e tecnico informatico che ha lavorato sui primi computer degli anni ’70 (un connubio perfetto). Mio fratello è un batterista jazz e io mi sono appassionato prestissimo alla musica elettronica: avevo circa dieci anni quando, in vacanza al mare, un amico mi ha mostrato un software musicale, e in quel momento mi si è aperto un mondo. Poi, all’età di quindici anni, ho ricevuto come regalo un sintetizzatore della Korg Radias. Suonarlo era per me complicatissimo; allora ho capito che dovevo applicarmi e studiare, così mi sono iscritto al Saint Louis di Roma.

Parlaci un po’ della tua formazione.

Il primo insegnante è stato Luca Spagnoletti, un vero gigante, un pioniere dell’elettronica. Con lui, per quattro anni, ho approfondito recording, composizione, sintesi, ma soprattutto ho sviluppato una tecnica creativa tale da poter dar vita a un suono personale, davvero mio. In seguito è avvenuto il passaggio dal pc alla consolle da dj: ero molto interessato a comprendere ogni meccanismo necessario, perciò mi sono dedicato allo studio del djing con Paolo Zerla e della fonia con Vittorio Nocenzi. Poi, al conservatorio, ho avuto la possibilità di formarmi ulteriormente con nomi illustri dell’elettronica e dell’elettroacustica, tra cui Giorgio Nottoli. Infine, nel 2017, ho conseguito un master in sound design e film scoring presso l’università di Tor Vergata.

Quali sono state le tue collaborazioni?

L’esordio discografico risale al 2006 (con l’EP Seismography, pubblicato dalla Royal Tek Records). Ma è con Autist Records – etichetta tedesca di minimal techno, con al suo interno artisti del calibro di Boris Brejcha e Kanio – che ho raggiunto i primi risultati rilevanti, arrivando primo in classifica sul portale Beatport. Nel 2008 un importante dj, Richie Hawtin, ha usato delle mie tracce per la presentazione del software Traktor Pro: insomma, ero contentissimo di come si stavano evolvendo le cose, ed è allora che ho cominciato a suonare in giro per l’Europa. Da lì in poi si sono susseguite tante collaborazioni con artisti ed etichette di punta come Armada e Wall of Sound. Nel 2011, invece, c’è stato il primo effettivo incontro con il mondo della radio (che mi aveva sempre affascinato) e con i miei due mentori Paolo Bolognesi e Andrea Rango che mi hanno permesso di condurre un format di mia creazione, “Wonderbeat”, su radio m2o, in onda ogni venerdì notte e durato ben otto anni. Un’altra importante collaborazione estera, tra il 2018 e il 2019, è stata quella con Deadmau5 (dell’etichetta Mau5trap) che ha passato un mio brano su BBC Radio. Qualche giorno dopo il suo A&R mi ha contattato su Twitter chiedendomi se fossi interessato a inviare altro materiale per nuove collaborazioni; mi sono quindi recato di persona ai loro studi di Los Angeles e, con mia grande sorpresa, mi è stato addirittura proposto un remix per Mau5trap (Avaritia, rilasciato nel 2019). Ero al settimo cielo. Con loro sono uscite diverse pubblicazioni, anche in vinile.

Daniele Vantaggio con Derrik May, Kappa Future Festival, 2014
con Derrik May, Kappa Future Festival, 2014

Nel tuo ambiente è necessario tenersi sempre al passo coi tempi. Puoi dirci perché?

Io mi ritengo un artista piuttosto trasversale. Mi piace seguire il “momento musicale”, a differenza di altri che scelgono di focalizzarsi su un pensiero o stile nonostante i continui cambiamenti intorno a loro. A dirla tutta, non credo che esista una regola precisa: in fondo ascoltiamo e facciamo musica che rappresenta una “rivisitazione” degli stili del passato (anni ’80, ’90) attraverso tecnologie avanzate e software di ultima generazione. Stare al passo coi tempi significa per me mantenere l’attenzione e la curiosità sia dal punto di vista musicale che tecnologico.

Sei il fondatore di OGAMI Music. Di cosa si occupa esattamente?

OGAMI è un network di professionisti che mette a disposizione di ragazzi e aspiranti artisti esperienza e competenze. Il progetto nasce da una mia idea, sviluppata assieme a Jacopo Perillo con l’obiettivo di “racchiudere” varie attività del mondo della musica all’interno di un unico polo. Abbiamo quindi strutturato tre dipartimenti distinti: c’è OGAMI Studio, per chi vuole approfondire ed essere accompagnato durante la fase di composizione, produzione e pubblicazione del brano; c’è OGAMI Academy rivolta a chi, prima o dopo il conservatorio o a seguito di un percorso scolastico, desidera fare pratica sul campo nei nostri studi e seguire corsi specializzati; infine c’è OGAMI Audio, un reparto tecnologico destinato alla realizzazione e allo sviluppo di software e strumenti virtuali basati su algoritmi ideati dal nostro team.

Preferisci lavorare da solo oppure hai un team di fiducia?

Non mi dispiace affatto lavorare in gruppo (ho tanti progetti in tal senso), ma negli anni ho imparato che il più delle volte una buona riuscita dipende da chi hai in squadra, e oggi trovare persone e professionisti “veri” non è facile. Senza il mio team di produzione – Andrea Roma (produttore, discografico ed editore), Francesco Pierguidi (nostro ingegnere del suono specializzato in mixing e mastering), Giulio di Gimberardino (giovane produttore e chitarrista), Vittorio Montesano (produttore e dj radiofonico) e altri – tutto ciò non sarebbe possibile. In squadra siamo più forti perché c’è più eterogeneità, dunque più versatilità. I progetti personali, invece, preferisco svilupparli in solitaria per poi affidarli in un secondo momento ai miei collaboratori.

Svolgi anche attività di docente. Chi sono i tuoi allievi?

Ho due diverse tipologie di allievi. Nell’insegnamento individuale il mio obiettivo è capire chi ho di fronte e cercare di valorizzarne le potenzialità costruendo un percorso didattico su misura; invece, quando ad esempio insegno in accademie private come Fonderie Sonore e Sonus Factory (dove seguo classi per tre o sei mesi), cerco di non risultare il classico docente “bacchettone” che impone il suo punto di vista, per cui resto il più possibile neutrale. Voglio rappresentare una guida – ciò che i miei maestri sono stati per me – e stimolare il lato creativo dell’allievo.

Al Forward Studios, Roma, 2021
al Forward Studios, Roma, 2021
Daniele Vantaggio con Luca Pretolesi, Studio DMI 2019, Las Vegas
con Luca Pretolesi, Studio DMI, 2019

Hai fiducia nelle nuove generazioni?

Sì, molta. Se il mondo della comunicazione cambia, anche la musica – che è comunicazione – deve farlo. Allo stato attuale gli artisti più “grossi” e pagati sono ventenni (vedi Billie Eilish, Dua Lipa, ecc.). Io credo nella ciclicità musicale: ogni quattro o cinque anni facciamo i conti con grandi mutamenti e starci dietro è complicato. Sicuramente c’è una costante, ossia la rigenerazione di vecchi concetti applicati alle nuove generazioni tecnologiche e sociali. Non so bene come si evolverà la musica; magari un domani per la composizione ci si avvarrà dell’aiuto dell’intelligenza artificiale, ma la cosa partirà sempre dai giovani. Anche la musica italiana è in piena evoluzione e non esiste una direzione giusta da prendere. Se ci pensi, nel nostro paese una grande fetta delle produzioni non fa che imitare realtà estere (la trap degli States, il reggaeton dei paesi latini, ecc.). Ma anche qui c’è una costante: l’Italia è la terra della poesia, della melodia e della forma canzone, e lo sarà anche in futuro. Le mode e i generi provenienti da fuori non appartengono al nostro background: hanno forme e strutture di composizione che non ci rispecchiano; sono e saranno appunto “mode del momento”. La mia speranza è che si ritorni quanto prima a “suonare per davvero”. Insomma, meno cliché e più musica “umana”.

Che rapporto hai con le macchine e i software di ultimo grido?

Un rapporto abbastanza morboso, viscerale. Mi attrae qualunque cosa generi dei suoni. Capitano periodi in cui faccio un uso smodato solo di un certo tipo di macchine; altre volte programmo quasi ogni sinusoide. In musica sostengo il concetto d’imprevedibilità, una personale teoria del caos. Lascio ad esempio che sia il mio stato d’animo a determinare la scelta di una macchina piuttosto che di un’altra. Se vivo un momento di carenza compositiva, lo sblocco e l’idea possono giungermi dai suoni prodotti da un particolare apparecchio. Ho persino messo a punto un software a riguardo: con delle regole impostate, la macchina inizia a generare suoni, beat, ecc., e questa imprevedibilità mi risulta molto utile per uscire da un’impasse. È un processo creativo che utilizzo spesso, ma costituisce una fase iniziale: poi torno a una forma primitiva di giudizio per stabilire ciò che è da tenere o da scartare.   

In conclusione, c’è un aneddoto, un episodio curioso che vuoi raccontarci?

Sì, mi ricordo del Kappa FuturFestival di Torino. Avevo da poco finito il mio set e stavo in camerino con altri dj a mangiare un tramezzino davanti al buffet. A un certo punto abbiamo sentito in lontananza il rumore di un elicottero; ecco quindi arrivare – con una squadra di guardie del corpo – Richie Hawtin, uno dei migliori dj techno al mondo. Era circondato da una percepibilissima aura di “inarrivabilità” mentre percorreva la sala in direzione del suo camerino. Intanto una voce mi chiedeva (in inglese) un parere sui tramezzini; mi son voltato e si trattava di Derrick May, considerato l’inventore del genere techno e mentore di Richie Hawtin. Abbiamo scambiato due parole e lui – il “Pelè della techno” – si è complimentato per la mia performance, dicendo che avrei fatto strada. Gli ho risposto che era anche merito suo se mi occupavo di musica; poi l’ho ringraziato per aver inventato la techno. È stato uno di quei momenti che ripagano anni di lavoro e dedizione, uno stimolo essenziale per proseguire.

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