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Daniele Grasso è certamente uno dei nomi più interessanti nel panorama alternative rock italiano ed estero, potendo vantare al suo attivo più di quarant’anni di esperienza alla ricerca del sound – quello vero, fuori da ogni logica lobbistica, libero e refrattario ai compromessi. Ama definirsi anzitutto musicista, ma è molto di più: jazzista, polistrumentista, autore, compositore, arrangiatore, produttore e sound engineer, nel corso della sua carriera ha collaborato con numerosi artisti, tra cui Cesare Basile, Diego Mancino, Afterhours, Roberto Dell’Era, Greg Dulli, John Scofield e José Carreras. In quest’intervista ci ha raccontato di lui, dei suoi esordi, di come intende la musica, regalandoci anche qualche sfizioso aneddoto (su tutti un litigio col grande Chet Baker).      

TESTO A CURA DI S.BERTOLINO
C'è davvero bisogno di questo disco?

Daniele Grasso

Parlaci degli inizi del tuo percorso artistico.

Ho cominciato molto presto. Avendo avuto una figlia prima dei diciotto anni, ho immediatamente sentito il bisogno di capire e dimostrare (a me in primis) di poter intraprendere in modo professionale la strada del musicista. La paternità precoce ha insomma rappresentato per me una sorta di spinta, di acceleratore. Molti avrebbero mollato, puntando tutto sul “posto fisso”, ma per fortuna avevo dalla mia parte dei genitori fantastici (un padre eccezionale e una madre newyorkese con una grande apertura mentale). Così ho iniziato a scrivere e ad arrangiare i brani suonando da solo tutti gli strumenti; ho mandato materiale a varie etichette del Nord Europa (in Germania, Danimarca, Olanda ecc.) e due mesi dopo sono stato contattato da un’agenzia danese che mi proponeva un ingaggio per tre mesi di tour. Non era affatto facile trovare in Sicilia musicisti disposti a seguirmi per parecchio tempo, ma alla fine ci sono riuscito. Abbiamo girato tutta l’Europa per ben tre anni. Dopo il tour europeo mi sono recato negli Stati Uniti, precisamente a New York, dove ho stretto rapporti con musicisti, studi di registrazione, assimilando molto, affinando tecniche di recording, produzione e tanto altro. Tuttavia non volevo che la mia famiglia vivesse negli States: io sono una persona orientata socialmente a sinistra, e lì, benché possano avere degli ideali liberali, verrai sempre guardato con sospetto per questo. Allora ho pensato di tornare nella mia Sicilia per tentare di diffonderne il sapore e il sound, rendendolo contemporaneo. Impresa ancora oggi non da poco (figuriamoci prima), ma – grazie anche al sostegno della mia compagna e di altre persone a me vicine – ho deciso d’investire i miei risparmi per aprire uno studio di registrazione dotato dei giusti macchinari e partire alla grande.

Qual è il tuo concetto di produzione?

Credo che, a livello teorico, ci possa essere un produttore per ogni canzone, perciò si rischia di diventare una specie di “trasformista”.  Personalmente preferisco produrre l’artista, non il disco fine a sé stesso: l’artista cambia col passare degli anni, evolve… È probabile che, dal momento in cui scrive il brano a quello in cui lo porta in tour, sia già cambiato. Mi piace provare a scavare nel suo mondo, scoprire cosa mangia, che film ha visto, che libri ha letto ecc. Ogni dettaglio è importante per comprendere fino in fondo un artista, quanto ci crede, quanto è disposto a esporsi. Il mio concetto di produzione si basa su una questione essenziale: “C’è davvero bisogno di questo disco?”. Tutti parliamo di amore, di società, di dolore, ma mi chiedo sempre se l’ennesimo disco fondato su tematiche e suoni simili a tanti altri sia in qualche modo utile o addirittura necessario. Quando la risposta è sì, mi ci tuffo a capofitto. Trovare il vestito adatto a una canzone è fondamentale. Se si lavora in modo corretto, se può funzionare, il brano deve avere sia un respiro internazionale che una precisa connotazione geografica (oggi si usa il termine “glocal”) senza assomigliare ad altro. Dal punto di vista tecnico, mi piace avere a disposizione una band capace, tanti microfoni, una console, una room ben suonante e cercare la “take perfetta” (cosa non semplice). Purtroppo mi accorgo come quest’approccio stia progressivamente scomparendo a causa di un eccesso di tecnologia che, molto spesso, ostacola la creatività. Io sarei per un ritorno al minimalismo. Anch’io amo loop elettronici, campionamenti ecc., ma se immagino ancora qualcuno che suda al di là di un vetro, be’, ecco, questo per me è il massimo.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro preferiti?

Sicuramente una sala di ripresa che suoni bene. Io adoro la console, e nel mio studio ho una Harrison e molti outboard vintage di qualità, anche se mi piace avere un 24 piste a nastro analogico (ora purtroppo, per via dei costi e dei tempi di produzione, lo uso solo per i miei brani e non per conto terzi). Ho fatto in modo che un amico che lavora alla Carnegie Hall mi mandasse una console da live che abbiamo customizzato: è, per l’esattezza, un PM5000 del tutto automatizzato, dal suono eccellente. Poi, ovunque vada, non posso fare a meno di un Teletronix, compressore vintage assolutamente originale (una delle prime macchine, tra l’altro, che ho acquistato da ragazzino), indispensabile quando lavoro in altri studi. Ho da pochissimo comprato un Heritage Successor, compressore interessantissimo, e un SSL Fusion, ed entrambi si sono perfettamente integrati nel mio setup. Per quanto riguarda gli emulatori di ampli, invece, non li amo particolarmente; li trovo però interessanti per farci passare suoni come rullanti e per altre diavolerie, mentre per le chitarre preferisco ancora cablare vari amplificatori e mettere in imbarazzo il musicista, portandolo fuori dalla sua comfort zone, discutendo sulla scalatura delle corde ecc. Come DAW, infine, utilizzo Reason, ma non mi ritengo un fan dell’editing.

A distanza di anni, da Ballata per piccole iene e Cose che cambiano tutto cos’è veramente cambiato?

Ho un diploma in tecnica dell’improvvisazione e il mio rapporto con la musica alternativa italiana era quasi inesistente. Tutto ebbe inizio grazie al mio caro amico Cesare Basile, autore per me eccezionale legato al giro di Manuel Agnelli e agli Afterhours. Era il periodo di Closet meraviglia e Gran calavera elettrica. Durante la lavorazione di un brano in studio venne Agnelli, che poi mi telefonò chiedendomi se volessi partecipare alla realizzazione del loro album; io candidamente risposi che non ero un grande fan degli After, al che lui replicò dicendo: “Meglio! Così non avrai timore reverenziale se vorrai obiettare qualcosa”. La prima parte della produzione, quindi, la seguii io, mentre nella seconda arrivò Greg Dulli dei Twilight Singers. Poi, con Diego Mancino, lavorai a Cose che cambiano tutto e a L’evidenza, ma tra il 2005 e il 2008 eravamo già in pieno decadimento: a partire dal 2000 in tanti ci aspettavamo un’apertura, un nuovo modo di pensare la musica, invece da qualche parte si è commesso un errore: l’eccessiva produzione di musica ha irrimediabilmente distratto gli ascoltatori, abbassando il livello qualitativo di tutto il sistema. Ciò è dovuto al fatto che la tecnologia ha invaso in modo prepotente ogni campo, non solo quello informatico. A me sta bene che oggi un ragazzino usi la tecnologia per fare musica, ma quel che appare un miracolo in realtà non lo è. Assisti a fenomeni come Billie Eilish… un album registrato a casa che poi, se vai a controllare i credits, è tutt’altro. Credo che ci sia fin troppa offerta, siamo sommersi, ed è davvero complicato far emergere le proposte interessanti.

Daniele Grasso the cave studio
Daniele Grasso, The Cave Studio, 2009

Quanto fermento c’è nel mondo indipendente?

Per rispondere, sarebbe prima necessaria un’analisi: si dovrebbe conoscere, partendo dal basso, il numero di coloro che fanno musica “altra”, che sono disposti a capirla e a portarla davanti a un pubblico. Al momento la cultura in Italia vive un momento di difficoltà. C’è parecchia confusione: la musica, calata in un calderone, non è più vista in senso culturale, ma come puro intrattenimento. Trovo molto più stimolante quel che accade in paesi come la Francia, sia nel pop che nella scena alternative, dove non sembrano seguire ossessivamente il gusto del pubblico; la loro esigenza pare diversa, più pura: vanno dietro a un progetto, a un’idea, a un sound. Noi, invece, pur di arrivare alla gente finiamo per sputtanarci e ottenere risultati opposti. Manca proprio la consapevolezza (e la valorizzazione) del concetto di “alternativo indipendente”: non per forza occorre arrivare alle masse, ma si può sempre conquistare una considerevole audience di nicchia. Ci lamentiamo – parlo di noi musicisti e addetti ai lavori – che i nostri artisti non funzionano all’estero perché non disponiamo delle risorse degli inglesi o degli americani, però la verità è che spesso e volentieri le nostre proposte non sono all’altezza. Come in una gara di ciclismo, va guardata la schiena di chi ti sta davanti, non la faccia di chi t’insegue. Qui, tra produttori e artisti, il talento non manca. Ciò che mi fa incazzare è che non vedo quell’attitudine che spinge a dire: “Ehi, ok, rischiamo”.

Qual è la differenza tra la scena italiana e quella estera?

Se guardo al passato, da noi la sola musica in grado di costruirsi un’identità così forte da guadagnarsi l’apprezzamento globale è stata quella napoletana. Da troppo tempo, a mio avviso, abbiamo soprattutto remake di band e artisti stranieri (con le dovute eccezioni). E allora, forse, dobbiamo interrogarci su cosa realmente si sia prodotto nel nostro paese rispetto all’estero. Numericamente, la popolazione italiana è di poco inferiore a quella del Regno Unito, ma non c’è paragone per quanto riguarda la scena musicale. Qui diventa complicato consociare due o tre label per mettere in piedi una buona idea di progetto. L’artista non si muove da solo, bensì aspetta che qualcosa accada o che qualcuno s’impegni per lui, ma non funziona così: di conseguenza ci ritroviamo artisti frustrati, trattati male e organizzatori senza la benché minima idea di come far ingranare un progetto ed esportarlo. La musica è un po’ lo specchio del nostro paese, della politica, e non mi pare che da questo punto di vista siamo messi bene. Certo andrebbe posto l’accento sulla centralità della cultura, della musica e degli artisti italiani, però sarebbe un discorso troppo lungo, benché centrale, soprattutto se consideriamo l’esperienza della pandemia.

Quali consigli daresti a chi cerca di fare la differenza?

Gli consiglierei di “essere” la differenza. Vietato recitare, vietato fingere. Mi viene in mente il concerto degli Stones ad Hyde Park, quello del ’69: strumenti scordati, Mick Jagger stonato come una campana… ma sempre entusiasmanti. Loro hanno fatto la differenza, e ancora stanno lì. Non bisogna essere creativi “col bilancino” e temere di rischiare. Alcuni artisti falliranno perché, francamente, non hanno la qualità per andare oltre, mentre altri riusciranno a porsi come esempio per un’intera generazione. Da noi sono tutti così allineati, puliti, lineari, ma non basta avere i capelli verdi per essere diversi (sono cose che abbiamo già visto quarant’anni fa). Serve un piano, un’idea di percorso e l’attitudine a lavorare in gruppo. Ovviamente non sempre è sufficiente. Le conoscenze sono importanti. Se non ci sono, occorre trovare alleati che vedano in te la differenza, che siano disposti a investire. Alla base di tutto c’è il rischio, e la storia della produzione musicale è piena di persone che hanno rischiato e sono riuscite nel loro intento.

Chi sono oggi i tuoi clienti?

Io non lavoro per conto terzi. Non lo facevo prima degli Afterhours e probabilmente non l’ho mai fatto. Forse non ne sarei nemmeno capace: do e dico determinate cose solo quando mi sento ispirato da un progetto. Per questa ragione, assieme alla mia compagna Rosy Galeano e ai nostri amici collaboratori, circa dieci anni fa abbiamo fondato l’etichetta Dcave records. Alcuni ci contattano perché hanno le idee chiare e inseguono un certo suono, un’identità precisa, altri vengono selezionati per una direzione artistica cui mi piace dare – come si dice in gergo – il “marchio di fabbrica”. Posso solo dire che per fortuna esiste ancora, tra gli artisti, chi va a caccia di un sound originale che sia fortemente identificativo.

Daniele Grasso, Giorgio Prette, Manuel Agnelli, Andrea Viti, Dario Ciffo,2005
D. Grasso, G. Prette, M. Agnelli, A. Viti, D. Ciffo, 2005
Roberto Dell'Era e Diego Mancino al The Cave Studio, 2003
R. Dell'Era, D. Mancino, The Cave Studio, 2003

Cosa t’ispira e cosa ti spinge a produrre ancora musica?

C’è una specie di “ossessione” nella ricerca del proprio suono e della propria voce che non conosce né pause né paura né affetti, ma tiene conto solo di sé e di chi la condivide. La musica è un’amante ossessiva: ti perseguita ovunque. Ciò che m’ispira è questa componente sovrannaturale, ultra-umana, non so se mi spiego… L’universo ha un proprio suono caratterizzato dalle frequenze di rotazione dei pianeti, e anche noi siamo frequenze. È come essere folgorarti sulla via di Damasco. Ecco cosa mi obbliga a continuare. Se un giorno, alzandomi dal letto, mi sentissi annoiato all’idea di far musica, smetterei immediatamente; ma allo stato attuale il motto è “morire sul palco”. Quindi mi verrebbe da definirla una malattia che mi costringe ad ascoltare e cercare di catturare cose meravigliose mentre il mondo, ahimè, è distratto. Si tratta di una sfida continua. Quando imparo qualcosa di nuovo, sono stimolato a metterlo in pratica e ogni volta spero che mi venga concessa una settimana in più su questa terra per farlo (ride).

Credi in un “reset” e in una svolta dopo la pandemia?

Mio padre era uno storico e fin da piccolo mi parlava del “magnifico trentennio”. Diceva che, dopo un evento catastrofico, la gente ha voglia di bellezza, di benessere morale e che questa ricerca dura circa trent’anni per poi scemare. Nonostante tutto il negativo della pandemia, credo che ci siano i presupposti per sperare e ripartire, anche se sono rimasto sconvolto nel vedere una “strana umanità”, certi personaggi come i novax o i terrapiattisti… Oggi, con i social, si può dire e diffondere qualunque tipo di stronzata, e questo ovviamente mi porta a non sperare, ma dopotutto ciò potrebbe – mi auguro – amplificare la voglia di bellezza. Il musicista vive la realtà del suo tempo, s’interessa di politica, di società, non guarda solo alla composizione del governo ma alle azioni che si faranno. Riguardo ai fondi e al rilancio di cui tanto si parla, siamo davvero così sicuri che questi soldi saranno a disposizione della gente? Potrò andare in banca e avere più denaro da investire nella mia attività? Potrò far arrivare in studio artisti dal Nord Europa, fare più promozione ecc.? Se al desiderio di bellezza si aggiungerà una serie d’importanti provvedimenti strutturali, ritengo che un “reset” nel settore sia possibile, ma serve uno spirito di collaborazione, una comunanza d’intenti. Bisogna fare fronte comune anziché agire da “cani sciolti”.   

Vuoi raccontarci un ricordo o un evento cui sei particolarmente legato?

Ho litigato con Chet Baker. Grazie ai miei studi jazzistici e a un importante organizzatore di concerti, agli inizi della mia carriera ho avuto la fortuna di lavorare come sound engineer dal vivo per grossi nomi, tra cui, appunto, Chet Baker. Un giorno c’incontrammo in un club. Terminate le prove, ricordo che mi fece i complimenti per il suono, poi salì sul palco a suonare due note prima del concerto. Era – come si dice in gergo – un po’ “upset” per qualcosa. Io ero un ragazzino, lui era a fine carriera e aveva già subìto il famoso pestaggio per il quale perse i denti. Poco dopo l’inizio del concerto, si fermò e mi urlò dal palco: “I told you, don’t touch nothing!”. Io stavo abbassando i fader dei canali del mixer che non stavo usando, mentre lui continuava a sbraitare tra l’incredulità generale. Così si accesero le luci nel locale e io (che ero un ragazzaccio) con tutto il mio coraggio gli urlai: “I’m trying to do the best I can! Why don’t you do the same?”. A quel punto scese dal palco e se ne andò nei camerini. Gli organizzatori, sconvolti, mi chiesero di scusarmi, ma io non lo feci: pensavo di aver chiuso la carriera ancor prima d’iniziare. Poco dopo bussai alla sua porta e, sorprendentemente, fu lui a scusarsi e a spiegarmi che il suo comportamento era dovuto alla stanchezza. Quindi ci abbracciamo e tornammo insieme verso il palco per terminare il concerto.

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