READ IN ENGLISH

Bassista, polistrumentista, compositore. Per chi non lo conosce, stiamo parlando di un vero e proprio “Gigante”. Nato a Rio de Janeiro, figlio d’arte, Alfredo Paixao è sicuramente un punto di riferimento nel panorama musicale italiano ed internazionale. La sua formazione musicale, e professionale, si perfeziona in America, affidandosi a maestri del calibro di Bunny Brunel e Mick Goodrick. Quello che ci racconta però, è il risultato artistico di una vita passata a suonare in giro per il mondo. Al suo attivo vanta numerose collaborazioni e Grammy Awards: Julio Iglesias, Ricky Martin, Liza Minelli, Henry Salvador, Justo Almario, Alex Acuña, Joe Heredia, Eddie del Barrio Alejandro Sanz, Laura Pausini, Fiorella Mannoia e non solo. Ma è soprattutto attraverso il sodalizio artistico con Pino Daniele che viene riconosciuto dal grande pubblico del nostro Paese. In questa intervista ci racconta la sua visione sul jazz, sui miti e sullo stato della musica italiana.

Un mito ha una luce così forte che spegne tutte le altre intorno

Alfredo Paixao

Che momento vive il jazz in termini di creatività e di incontro con il pubblico?

Credo che il jazz si sia evoluto in maniera incredibile dal punto di vista tecnico. Un gran salto in avanti, davvero. Il lato negativo, però, è quello di essersi allontanati, forse troppo, dalla sua umanità che ritengo la sua vera essenza. Il potere del jazz, infatti, è quello di avvicinare il pubblico immergendolo in un’atmosfera che varia a seconda dei periodi e dei mood, non il contrario. Oggi si suona benissimo fuori contesto, dimenticandosi però che proprio il contesto, nel jazz, è tutto. In passato erano pochi i musicisti considerati tecnicamente d’avanguardia. Ora, al contrario, sono tutti “scienziati da laboratorio” senza il minimo contatto con la realtà. Dov’è finita la vita raccontata dal jazz?

Da musicista poliedrico con una lunga carriera alle spalle, puoi dirci cosa e quanto pensi ci sia da migliorare musicalmente in Italia?

Il principale problema nella musica italiana è l’assenza di una conoscenza armonica. L’ultima eccellenza che mi viene in mente, risale a compositori come Puccini e Verdi. È chiaro che da ormai da tempo è in atto un processo di semplificazione per dare sempre più rilevanza al ritmo, e non alla melodia. Adesso e molto spesso, si riduce tutto al solito giro di Do. Ci sono grandi solisti che non si sentono comodi se non utilizzando gli accordi semplici. Bisognerebbe riabituarsi ad intraprendere una ricerca armonica più profonda, partendo dalla scuola.

Dopo aver studiato vari strumenti, cosa ti ha spinto verso il basso elettrico?

Mio padre. In realtà non è una storia divertente. Era rimasto senza bassista ad una settimana dal concerto, e quello fu il tempo che mi concesse per studiarlo. Fortunatamente, con il passare degli anni ho capito quanto in realtà mi piacesse. Sentivo una connessione più forte con il basso elettrico che non con gli altri strumenti. Possiamo dire che mi divertivo di più. Rispetto ad una chitarra classica o ad un contrabbasso infatti, mi trovavo di fronte ad un campo più aperto per lavorare e sperimentare.

Se potessi distinguere le fasi del tuo percorso artistico, quali individueresti?

La prima è stata sicuramente quella brasiliana, molto legata alla Bossa Nova, in cui la melodia era sottomessa all’armonia. È seguito il periodo americano, Los Angeles, che definirei rivoluzionario per l’incontro con la fusion ed il jazz, anche se non nella sua forma più pura. Una volta trasferito in Francia, ho preso coscienza del jazz europeo, molto più “avanzato” rispetto a quello che suonavo prima. Infine l’Italia, in cui ho scoperto il pop e il mondo che rappresentava, trasmettendomi forse gli insegnamenti più importanti. Mentre il jazz è per pochi, se non per se stessi, il pop è fatto per gli altri e per tanti. Capire questo mi ha insegnato molte cose, come l’importanza della disciplina e la necessità di rispettare il proprio ruolo all’interno del gruppo. Solo ponendoti dei limiti infatti, puoi suonare in sintonia con altri musicisti. Questi elementi, nonostante siano ben noti, spesso mancano. Così, capita che bravi musicisti non sappiano adattarsi a situazioni professionali a cui non sono abituati. Definirei invece la mia ultima fase “jazz con anima pop” essendo la mia intenzione, tutt’altro che per pochi.

Alfredo Paixao, Pino Daniele e Peter Erskine
Alfredo Paixao, Pino Daniele e Peter Erskine
Alfredo Paixao durante una masterclass, Artidea, 2018
Alfredo Paixao, Masterclass, 2018

Per te, che ne hai potuti osservare molti da vicino, come si riconosce un mito da un semplice artista?

Penso che l’artista normale, anche mediocre, abbia bisogno di un grande supporto e di un lavoro di squadra organizzato talmente bene da essere in grado di arrivare alle persone. Colui che diventerà un “mito”, invece, arriva sempre. Anche solo per come mangia o come parla, ha una luce diversa, una luce così forte che spegne tutte le altre intorno. Puoi anche litigarci, ma te ne innamori lo stesso. Il pop ti insegna proprio questo: essere umili, soprattutto in presenza di talenti straordinari come questi. Ognuno è importante a modo suo, nel rispetto dei propri ruoli.

C’è un personaggio o un aneddoto a cui sei più legato e che puoi raccontare?

Te ne dico uno che riguarda l’artista a cui probabilmente sono più legato: Pino Daniele. Con lui si era creato un rapporto straordinario e questa è una di quelle storie che non potrò mai dimenticare. Stavamo provando prima di un programma televisivo ed il batterista che gli avevo presentato ebbe la brillante idea di non appuntarsi nulla di ciò che Pino volesse (per intenderci, sul lavoro Pino era un perfezionista). Così, per evitare un disastro preannunciato, usai la pausa pranzo per ripetergli quello che avrebbe dovuto fare, in modo di lasciare Pino fuori dal problema. Questa volta si scrisse tutto ma…sulla carta del panino che aveva appena mangiato. La signora delle pulizie non conoscendo l’importanza di quella cartaccia, la prese e la buttò nella spazzatura. Il risultato fu proprio quello che non doveva accadere: il batterista, di cui non faccio il nome per una questione di stile, a telecamere accese sbagliò completamente il primo pezzo. Meno male che Pino, dall’alto della sua esperienza, ebbe la prontezza di trasformare la scaletta per continuare l’esibizione in due. Questa storia, per tornare al discorso di prima, dovrebbe essere raccontata nelle scuole per far comprendere ai ragazzi che aspirano a diventare musicisti l’importanza delle prove, della disciplina e del rispetto per il lavoro.

Cinque album che per te, un ragazzo che si affaccia oggi al mondo della musica, dovrebbe conoscere.

Un album qualunque di Frank Sinatra, “The Nightfly” di Donald Faghen, “Heavy Weather” di Weather Report, “Atlantis” di Wayne Shorter ed un bell’album pop italiano come “Nero a Metà”, Pino Daniele. 

Condividi l'intervista